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La responsabilità dell'architetto.

  Oggi, vista la complessità di gestione dei processi progettuali e costruttivi di un qualunque manufatto, vi sono molte possibilità di errore a cui i processi sono esposti; così che, le responsabilità dell'architetto o di altro progettista, sono aumentate in relazione alla quantità di denaro che la progettazione mette in movimento.
  Negli anni'60 e '70 con l'avvento dei sistemi di prefabbricazione il progettista è stato quasi del tutto escluso dal processo della progettazione, che ra ritenuta superflua, essendo sufficienti  a sostituirla le cognizioni di altri operatori del settore.
  Attualmente si assiste al recupero della figura del progettista e della sua opera, con il conseguente ed assoluto obbligo del progettista garantire che il suo prodotto finale abbia affrontato tutte le problematiche del caso. Sussiste, anche, per l'architetto l'obbligo di assicurarsi, ai sensi dell'art.30, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n.109 e del D.P.R. 21 dicembre 1999, n.554, ove è sancito che : "il progettista o i progettisti incaricati della progettazione esecutiva devono essere muniti, a far data dall'approvazione del progetto, di una polizza di responsabilità civile professionale per i rischi derivanti dallo svolgimento delle attività di propria competenza, per tutta la durata dei lavori e sino alla data di emissione del certificato di collaudo provvisorio."
  Per i progettisti la prestazione ha, dunque, per oggetto un risultato, cioè un opus; al contrario di quanto si richiede al direttore dei lavori, in capo al quale si ravvisa un'obbligazione di mezzi, essendo la sua attività è strumentale rispetto alla realizzazione finale dell'opera.
  Questa diversa attività comporta una distinta applicazione dei singoli articoli del codice civile, salvo comunque il vincolo solidale della loro responsabilità anche con l'appaltatore nei confronti del committente; in tal senso si è espressa la Cassazione nella sentenza n. 488 del 28 gennaio 1985, ritenendo che "mentre nella obbligazione consistente nella progettazione di un edificio è ravvisabile una obbligazione di risultato, risolvendosi l'attività del professionista nel mettere a disposizione del proprio cliente un determinato bene avente un'autonoma utilità, nella direzione dei lavori di esecuzione dell'opera progettata va ravvisata, invece, un'obbligazione di mezzi, concretandosi essa in un complesso di attività strumentali rispetto all'obiettivo finale di realizzazione dell'edificio a regola d'arte e in conformità al progetto."
  Per la Corte, da tutto ciò, "consegue che i termini di decadenza e di prescrizione di cui alla norma dell'articolo 2226 cod. civ (otto giorni per la denuncia da parte del committente, delle difformità e dei vizi occulti dell'opera, pena di decadenza) sono applicabile al contratto avente per oggetto la redazione del progetto e non anche a quello con cui viene conferito l'incarico della direzione dei lavori, neppure quando le due attività siano svolte dallo stesso professionista, in quanto nella direzione dei lavori manca il compimento dell'opus dalla cui consegna soltanto possono farsi decorrere i due suddetti termini."
  Il medesimo Giudicante, nella esaminata pronuncia, ha aggiunto che "quando un medesimo danno è provocato da più soggetti, per inadempimento a contratti diversi, intercorsi, rispettivamente, tra ciascuno di essi e il danneggiato, come nel caso del danno risentito dal Committente di un'opera per concorrenti inadempimenti del progettista - direttore dei lavori e dell'appaltatore, sussitono tutte le condizioni necessarie perché i predetti soggetti siano corresponsabili in solido."
  E, la stessa decisione, conclude che "in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, se l'unico evento dannoso è imputabile a più persone, è sufficiente, al fine di ritenere la solidarietà di tutte all'obbligo al risarcimento, che le azioni o le omissioni di ciascuna abbiano concorso in modo sufficiente a produrre l'evento, a nulla rilevando che costituiscano distinti ed autonomi fatti illeciti o violazioni di norme giuridiche."

  La Cassazione (sentenza del 29 marzo 1979 n.1818) ha anche specificato che "al direttore dei lavori, nominato dal committente compete, quale ausiliario di quest'ultimo, l'alta vigilanza sulla regolare realizzazione dell'opera e sull'impiego dei materiali adatti, in quanto il medesimo si assume un'obbligazione di mezzi e non di risultato, riferita alla prestazione di un'attività intellettuale, sicché i difetti dell'opera possono essergli addebitati solo quando derivino da inosservanza dei suoi doveri di sorveglianza, i quali non comprendono le operazioni più semplici come il controllo della qualità del conglomerato cementizio adoperato dall'appaltatore."
  E, già in precedenza, la Corte (sentenza 28 ottobre 1976 n. 3695) aveva ribadito che "i difetti riscontrati su di un'opera edilizia possono essere addebitati al direttore dei lavori solo se derivanti da un difetto dell'attività di alta sorveglianza, nel cui concetto devono ritenersi escluse le operazioni di natura elementare."
  Dunque, nella progettazione si può ravvisabile un obbligazione di risultato, che si risolve nel mettere a disposizione del committente un bene avente un'autonoma utilità . (Cass., sez.II, sentenza 13 luglio 1998, n.6812; Cass., sez.I, sentenza 24 aprile 1996, n. 3874; Cass., sez. I, sentenza 27 febbraio 1996 n. 1530)
  Allorché l'opera presenti gravi vizi dipendenti da errata progettazione, e non da una negligenze esecuzione, il progettista è responsabile con l'appaltatore verso il committente; e, ad opera finita, sarà possibile scoprire i vizi o difetti, in cui si è concretato l'inadempimento, e scoprire di conseguenza le singole responsabilità anche correlate e concorrenti.
In tal senso, almeno, si è espressa la Corte di Cassazione, nella sentenza del 28 ottobre 1994 n. 8904, laddove ha ritenuto che : "in tema di appalto per la costruzione di edifici, la disciplina dettata dall'articolo 1669 cod. civ. si applica - anche in ordine alla decadenza e alla prescrizione - non solo nei confronti dell'appaltatore, ma anche nei confronti del progettista, a nulla rilevando la natura e la diversità dei contratti cui si ricollega la responsabilità, perché il costruttore e il progettista, quando le rispettive azioni od omissioni, costituenti autonomi e distinti illeciti o violazioni di norme giuridiche diverse, concorrono in modo efficiente a produrre uno degli eventi dannoso tipici dell'articolo 1669 cod. civ., si rendono entrambi responsabili dell'unico illecito extracontrattuale e rispondono entrambi a detto titolo del danno cagionato, congiuntamente o separatamente a seconda del preciso accertamento di responsabilità."
  La solidarietà è stata, altresì, affermata nelle sentenze configuranti la responsabilità del progettista come contrattuale e in quelle che ne sostengono la natura extracontrattuale (Cass.25 agosto 1997 n. 7992; Cass. 23 settembre 1996 n. 8395;; Cass. 23 aprile 1993 n. 4900; Cass. 21 marzo 1989 n. 1406)
 
  La responsabilità nel processo costruttivo deriva in parte dagli obblighi contrattuali ed in parte da doveri legati alla legislazione in generale : la formula standard di conferimento di incarico professionale richiede che l'architetto si assuma la responsabilità per l'adempimento del suo progetto; mentre l'appaltatore quelle relative alla realizzazione della costruzione.
  Tuttavia, esistono dei limiti precisi entro i quali sussiste tale responsabilità nei confronti delle costruzioni, richiedendosi in generale che le prestazioni professionali standard siano garantite da una adeguata competenza e cura verso l'opera progettata; invece, un livello più elevato di prestazioni è richiesto per quei contratti che comprendono sia il progetto che la costruzione dell'opera.
  Ricordiamo che il committente può citare in giudizio il proprio architetto, per  lamentare che il progetto commissionato e poi fornito da quest'ultimo non è stato approvato dalla Commissione Edilizia in ragione della violazione di varie norme urbanistiche.  
  In un caso pratico, l'attore ha chiesto che venisse dichiarato non dovuto il compenso richiesto dall'architetto e che lo stesso fosse condannato al risarcimento dei danni, da accertarsi in separato giudizio. Il convenuto si è opposto alle suddette domande, affermando di aver apportato una variante al progetto (in modo da renderlo conforme alla normativa urbanistica) e lamentando che ingiustificatamente il committente non ha accettato la stessa. Pertanto, il professionista ha chiesto, in via riconvenzionale, che gli venisse corrisposto quanto dovuto per entrambe le prestazioni professionali.
  Il Tribunale ha respinto le domande attoree ed ha accolto quelle proposte dall'architetto, ma solo nei limiti del compenso dovuto per la prima prestazione; il committente ha, però, impugnato la decisione, ottenendo dalla Corte d'Appello una riforma parzialmente e il rigetto della domanda risarcitoria, proposta dall'appellante (per mancanza di prova in ordine all'an e al quantum).
  E' stato, tuttavia, in questo grado di giudizio, negato all'architetto il diritto al compenso per l'opera svolta, poiché i Giudici di appello hanno ritenuto che l'obbligazione gravante in capo all'architetto è di risultato ed hanno dichiarato il contratto di prestazione d'opera risolto per inadempimento (per non aver il professionista fornito un progetto conforme alla normativa urbanistica come era sua preciso obbligo). Nel caso di specie il committente non era tenuto ad accettare la variante, che avrebbe pure comportato un ulteriore esborso di denaro.
  Ricorrendo per Cassazione l'architetto ha, anzitutto lamentato che la Corte d'appello non aveva correttamente valutato alcune risultanze istruttorie, da cui emergeva la conformità alla normativa vigente del progetto presentato alla Commissione Edilizia; e, inoltre, che erroneamente la Corte d'Appello aveva accolto l'eccezione di inadempimento sollevata dal committente, ritenendo legittima la revoca dell'incarico.
  I giudici di legittimità hanno respinto entrambe le censure : la prima in quanto in cassazione non è ammesso un riesame del merito e che la decisione dei giudici di secondo grado non è censurabile, per il caso in cui la (pretesa) erroneità nella valutazione delle risultanze istruttorie non si traduca in un vizio di motivazione (cosa che, appunto, non era avvenuta nel caso di specie); la seconda censura, perché la legittimità del recesso dal contratto deriva, nel caso de quo, dal fatto che il committente non ha (a differenza di quanto accade nell'appalto ai sensi dell'art. 1668 c.c.) un diritto di ottenere che le difformità dell'opera vengano eliminate.
  Il committente con il proprio ricorso incidentale ha, invece, lamentato che erroneamente i giudici di Appello non hanno accolto la domanda risarcitoria in base alla mancanza della prova dell'an e del quantum, poichè era stata espressamente richiesta solo la condanna generica.
  La Suprema Corte ha accolto tale doglianza, sottolineando che la condanna generica implica solo il riconoscimento dell'astratta capacità lesiva del fatto dannoso e con la conseguenza che la stessa non può essere rifiutata in ragione della mancanza della prova di cui sopra.
  Se nel lavoro intellettuale l'obbligazione è di mezzi o di diligenza, in alcuni casi particolari, come i progetti di ingegneria o di architettura, l'obbligo è di risultato, in quanto il contenuto del contratto di redigere un progetto di ingegneria, si traduce nella concreta realizzabilità del progetto stesso.
  Anche nel caso della responsabilità professionale dell'architetto è l'elemento soggettivo della colpa fare da protagonista ed è la mancata realizzazione del risultato stesso a comportare responsabilità.
Nel contratto di prestazione d'opera intellettuale, che abbia ad oggetto un progetto di costruzione edilizia, il professionista non può, generalmente, invocare la mancanza o diminuzione di responsabilità verso il proprio cliente (parlando di difformità della prestazione rispetto a quella pattuita o di inadeguatezza) per il solo fatto che quest'ultimo abbia accettato il progetto, senza rilevare le manchevolezze.
  Infatti, il committente ha diritto di pretendere dal professionista un lavoro eseguito a regola d'arte e conforme ai patti; mentre, il professionista deve comunicare al proprio cliente l' irrealizzabilità, senza aspettarsi che debba essere i committente a rilevare inadeguatezze di natura tecnica, che richiedono una specifica preparazione, che il cliente non possiede.
  Però, se le difformità denunciate ed i vizi segnalati sono facilmente riconoscibili per il committente e questi le abbia accettate, egli non può in seguito addurre vizi e difformità per sottrarsi agli adempimenti derivanti dal contratto e per sostenere che la prestazione d'opera intellettuale si sia rilevata inutile. (C.Cass. sentenza 27 aprile 1991 n. 4641)

Negli ultimi anni gli ambiti interessati dal lavoro dell'architetto si sono assai ampliati; ma l'allargamento della responsabilità dell'architetto dipende, comunque, dai diversi casi : secondo il contratto l'architetto può essere responsabile delle ispezioni durante le varie fasi di costruzione (direzione lavori). In ogni caso, il cliente, i consulenti e l'imprenditore sono responsabili per i loro progetti specifici e le opere realizzate.
  L'architettura è una scienza, che impone al progettista di apprendere la matematica, la meccanica, la fisica, la geografia, la geometria, l'ottica, la statica, la scienza delle costruzioni.
  L'architetto è un professionista che deve saper dare 'plasmare' esteticamente la legge di gravità; deve essere in grado di stabilire la posizione migliore in cui edificare l'edificio, conoscendo profondamente il soleggiamento, l'areazione, il regime dei venti e delle acque; deve avere piena conoscenza dei materiali che adopera, con riferimento ai loro valori fisici (consistenza, durezza e composizione interna), anche nel tempo, in condizioni di degrado, di uso e di esposizione ai vari agenti atmosferici.
  Gli architetti e gli urbanisti, oggi, si confrontano con un ampio arco problematico, muovendosi nella dimensione della globalizzazione, che stabilisce nuovi assetti della cultura e dei luoghi : comunque sia, come abbiamo detto, nessun dubbio che l'obbligazione gravante in capo all'architetto sia di risultato. 
  Va aggiunto, per concludere, sotto il profilo della responsabilità professionale le due figure di professionista - architetto e ingegnere - sono senz'altro accomunate dalle vigenti disposizioni di legge.

La responsabilità dell'ingegnere. 

  La responsabilità dell'ingegnere nella società attuale sono anche di natura etica, prima ancora che professionali : egli non detiene solo un know-how altamente specialistico, ma deve anche essere in grado di sapere come conseguire il minimo impatto ambientale, armonizzando la propria opera professionale con l'ecosistema, la società, la natura.
  Questo professionista può rendersi responsabile tanto di omissioni nei controlli, quanto di gravissimi errori progettuali, dovuti magari a leggerezza o incapacità tecnica.
  L'art. 449 c.p., anzitutto, intitolato "Delitti colposi di danno", stabilisce che "chiunque, al di fuori delle ipotesi  previste nel secondo comma dell'art.423bis, cagiona per colpa un incendio o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
  La pena è raddoppiata se si tratta di disastro ferroviario o di naufragio o di sommersione di una nave adibita a trasporto di persone o di caduta di un aeromobile adibito a trasporto di persone."
  Fra i disastri preveduti al capo primo del titolo in esame, è inserita, appunto, all'art.434, l'ipotesi del crollo di costruzioni.
Recita, infatti, questa norma : "Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni.
  La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene."

  L'art. 676 c.p. prevede, invece, la distinta figura contravvenzionale della "rovina di edifici o di altre costruzioni", che si configura a carico di chiunque abbia avuto parte nel progetto o nei lavori concernenti un edificio o un'altra costruzione che, per colpa di quello stesso soggetto, rovini.
  Tale norma stabilisce che : "Chiunque ha avuto parte nel progetto o nei lavori concernenti un edificio o un'altra costruzione, che poi, per sua colpa, rovini, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire trecentomila e un milione ottocentomila.
  Se dal fatto è derivato pericolo alle persone, la pena è dell'arresto fino a sei mesi ovvero dell'ammenda non inferiore a lire seicentomila."

  Il concetto di crollo, totale o parziale, di una costruzione importa la disintegrazione delle strutture essenziali di essa, così che la forza di coesione fra i singoli elementi costruttivi venga superata e vinta dalla forza di gravità.
  Il reato non è integrato da qualsiasi distacco, con conseguente caduta al suolo, di singoli elementi costruttivi, sia pure stabilmente inseriti nella costruzione, se le strutture essenziali dell'immobile non risultino definitivamente compromesse (come, invece, nell'ipotesi della rovina di edificio, di cui all'art. 676 c.p.).
  Invero, non ogni disfacimento o dissesto di opere può essere considerato crollo, ma soltanto quello che assume proporzioni notevoli, tali da suscitare, in una collettività circoscritta, un diffuso senso di commozione.
  Il reato di crollo colposo di costruzione richiede che si concreti un pericolo effettivo per l'incolumità pubblica, esteso e diffuso, ben diverso dal più semplice pericolo alle persone, previsto nella contravvenzione di rovina di edifici o altre costruzioni.
  Per disastro colposo si intende un evento dannoso, collegato con nesso di causalità ad una condotta negligente, imprudente, imperita; o ad una violazione di legge, regolamenti, ordini o discipline, che colpisca la collettività e metta in pericolo la pubblica incolumità.
  La Suprema Corte, in particolare, nella sentenza del 27 agosto 1994 n. 7550, ha osservato che "in tema di rovina di edificio e di gravi difetti di costruzione, l'articolo 1669 cod.civ. è applicabile non soltanto nei riguardi del costruttore, ma anche nei confronti del progettista, la cui responsabilità esula dai limiti del rapporto contrattuale intercorso tra le parti per assumere il connotato della responsabilità per fatto illecito, con la conseguenza che tanto il costruttore che il progettista sono tenuti a risarcire integralmente il danneggiato quando entrambi abbiano concorso a causare il danno, quando cioè questo sia ascrivibile ad errata progettazione ed a cattiva esecuzione dell'opera."

  Tre sono gli stadi della progettazione (preliminare, definitivo ed esecutivo), che integrano fra loro, interagendo e sviluppandosi senza soluzione di continuità, anche se ogni fase risulta essere un processo autonomo.
  Solo al progettista incombe l'obbligo di legge (n.109/94, c.d. Merloni ter) di assicurarsi, tanto nel caso in cui la progettazione sia fatta da personale interno all'amministrazione, quanto nel caso che essa sia affidata a liberi professionisti.
  La copertura assicurativa deve prevedere una polizza inerente ai rischi di natura professionale; il rimborso alla stazione appaltante delle spese di progettazione (questa garanzia è richiesta sono per i progettisti liberi professionisti); i maggiori costi per le varianti.
  L'attività professionale di progettazione per quanto concerne i progetti di ingegneria o di architettura comporta un'obbligazione di risultato, poichè il contenuto del contratto di redigere un progetto di ingegneria deve tradursi nella concreta realizzabilità del progetto stesso.
  Negli anni la giurisprudenza si è pronunciata in materia di inadempimento del progettista per mancato adeguamento del progetto ai rilievi formulati da un organo che ne condizionano l'approvazione (Cass. 21 marzo 1997 n. 2540) ; in materia di mancata conformità del progetto alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione di un dato territorio (Cass. 16 febbraio 1996 n. 1208); in merito alla  errata scelta del tipo di fondazione con riferimento alla particolare natura del suolo e del sottosuolo (Cass. 23 settembre 1996 n. 8395); circa la mancanza di un accurato accertamento delle dimensioni, confini ed altre caratteristiche dell'area sulla quale deve eseguirsi la costruizione (Cass. 21 luglio 1989 n. 3476).
  L'attività di progettazione deve, altresì, raccordarsi alla norma contenuta nell'art.1669 del codice civile, che tratta della rovina e difetti di cose immobili: se l'opera presenta gravi vizi, dipendenti da errata progettazione (e non da una negligenze esecuzione), il progettista è responsabile con l'appaltatore verso il committente.
  Detta norma recita, infatti, testualmente : "Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l'opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l'appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purchè sia fatta denunzia entro un anno dalla scoperta.
  Il diritto del committente si prescrive entro un anno dalla denunzia."
  La responsabilità del progettista di opere pubbliche, poi, sta assumendo sempre maggior rilievo in quanto l'attività di progettazione di un'opera pubblica, con le modifiche apportate dalla Merloni ter, è una fase di realizzazione più centrale delle altre ed assume un ruolo nevralgico rispetto all'esecuzione, in virtù della ristretta possibilità di apportare varianti.
  Nella realizzazione di opere pubbliche è, ormai, sempre più frequente il ricorso alla progettazione esterna, in quanto il responsabile unico del procedimento (ai sensi  dell'art. 17, comma 4, della Legge 109/94), in caso di carenza in organico di personale tecnico nelle stazioni appaltanti, ovvero di difficoltà di rispettare i tempi della programmazione dei lavori o di svolgere le funzioni di istituto, ovvero in caso di lavori di speciale complessità o di rilevanza architettonica o ambientale, o in caso di necessità di predisporre progetti integrali, così come definiti dal regolamento, che richiedono l'apporto di una pluralità di competenze, può affidare la redazione del progetto preliminare, definitivo ed esecutivo, nonché lo svolgimento di attività tecnico-amministrative connesse alla progettazione, a soggetti esterni all'organico della Pubblica Amministrazione, come liberi professionisti singoli od associati; società di professionisti; società di ingegneria; raggruppamenti temporanei.
  Il legislatore ha voluto incentrare l'attenzione sulla figura professionale del progettista esecutivo, imponendogli precisi obblighi di esame e di controllo dei progetti precedenti, con la conseguenza che, in caso di inosservanza degli stessi, egli sarà responsabile per "culpa in vigilando".
  Vi è da dire, però, che il progettista esecutivo, una volta risarcito l'eventuale danno, avrà azione di regresso nei confronti degli altri progettisti incaricati della progettazione preliminare e definitiva.
  L'art.35 del regolamento di attuazione della legge su citata, specificando le caratteristiche che deve contenere il progetto esecutivo, sancisce che "il progetto è redatto nel pieno rispetto del progetto definitivo nonché delle prescrizioni dettate in sede di rilascio della concessione edilizia o di accertamento di conformità urbanistica, o di conferenza di servizi o di pronuncia di compatibilità ambientale ovvero il provvedimento di esclusione delle procedure, ove previsti."

  Per errore o omissione di progettazione si intende l'inadeguata valutazione dello stato di fatto; la mancata od erronea identificazione della normativa tecnica vincolante per la progettazione; il mancato rispetto dei requisiti funzionali ed economici prestabiliti e risultanti da prova scritta; la violazione delle norme di diligenza nella predisposizione degli elaborati progettuali.
  Per il progettista esecutivo vi è, poi, un aggravamento di responsabilità, laddove - ex medesimo art. 25 - le varianti di cui al comma 1, lettera d), eccedano il quinto dell'importo originario del contratto. In tal caso il soggetto aggiudicatore procede alla risoluzione del contratto e indice una nuova gara alla quale è invitato l'aggiudicatario iniziale, con la facoltà da parte dell'appaltatore di richiedere al progettista esecutivo il risarcimento di tutti i danni patiti a seguito dell'annullamento del contratto di appalto.
  La citata Legge Merloni ter prevede, all'art.30, comma 5, l'obbligo di assicurarsi, stabilendo che "Il progettista o i progettisti incaricati della progettazione esecutiva devono essere muniti, a far data dall'approvazione del progetto, di una polizza di responsabilità civile professionale per i rischi derivanti dallo svolgimento delle attività di propria competenza, per tutta la durata dei lavori e sino alla data di emissione del certificato di collaudo provvisorio. La polizza del progettista o dei progettisti deve coprire, oltre alle nuove spese di progettazione, anche i maggiori posti che l'amministrazione deve sopportare per le varianti di cui all'articolo 25, comma 1, lettera d), resesi necessarie in corso di esecuzione.(omissis)."
  Il progettista esecutivo risponde per intero dei danni subiti dalle stazioni appaltanti, tanto dei costi per riprogettare l'opera, quanto di quelli necessari per eseguire le varianti; nonché del maggior tempo occorrente per la realizzazione dell'opera e di qualsiasi altro nocumento economico conseguente alla variante.

  Va aggiunto che il direttore dei lavori deve conoscere tutti i vincoli della zona in cui costruisce ed è comunque responsabile anche se ha svolto solo compiti burocratici, in quanto la sua responsabilità penale non può escludersi in relazione alla prospettazione del carattere meramente fittizio della prestazione, finalizzata ad un'ottemperanza soltanto formale di precetti normativi e regolamentari, tenuto conto della rilevanza che il rapporto di direzione dei lavori, consapevolmente assunto, acquista sul piano pubblicistico attraverso la comunicazione di esso al comune. (Cfr., Cass., sez. III, 25/11/1997, http://www.tuttoedilizia.com/public/sentenze/S28-191.htm)
  Non solo. Ma il direttore dei lavori è obbligato a conoscere i divieti di settore e il danno causato dalla sua ignoranza normativa va risarcito (Corte dei Conti, sentenza n.258 del 30/7/2001) : con questa pronuncia si è stabilito, infatti, che è imputabile al responsabile dei lavori il ritardo con il quale viene consegnata un'opera quando la causa del ritardo è un divieto imposto dalla regione che il responsabile dei lavori ignorava.
  Nel caso di specie, un'Amministrazione Provinciale aveva appaltato la costruzione di una strada; ma l'opera terminata era stata consegnata con molto ritardo a causa di un divieto imposto dalla regione in quella zona di non abbattere alcuna essenza arborea.
  Il Giudicante ha ritenuto che il responsabile dei lavori non poteva ignorare quel divieto perché fra i doveri che la legge gli impone vi è anche quello di accertarsi che la zona nella quale i lavori devono essere effettuati sia priva di vincoli e impedimenti alla realizzazione e completamento dell'opera affidatagli. Nello specifico e in concreto, il ritardo della costruzione della strada aveva provocato oltre ad un considerevole aumento dei costi anche un forte disagio a tutta la comunità provinciale che non aveva potuto utilizzare la strada.
  Così, il direttore dei lavori è stato considerato doppiamente responsabile, tanto per non aver ottemperato all'obbligo impostogli dalla legge di accertarsi dell'assenza dei vincoli e impedimenti; quanto per il disagio causato ai cittadini.
  Il principio applicato dalla Corte dei Conti è che la ignoranza della legge non può mai essere invocata a scusante di una propria mancanza o violazione.

  E, sempre la Corte dei Conti (con sentenza n. 66 del 3/10/1996) ha stabilito che tra gli obblighi del professionista rientra anche quello di redigere un progetto conforme, non solo alle regole tecniche, ma anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione in un dato territorio, così che gli errori di progettazione, afferenti la mancata adeguazione degli edifici previsti dalla normativa vigente, non possono che costituire un inadempimento, caratterizzato dalla colpa grave, e quindi fonte di responsabilità del progettista nei confronti del committente per il danno da questo subito in conseguenza della mancata o comunque ritardata realizzazione dell'opera.
  In questo orientamento si inquadra anche la sentenza della Cassazione n. 1208 del 16 febbraio 1996, che testualmente stabilisce : "Quando un contratto di opera concernente la redazione di un progetto edilizio destinato all'esecuzione, tra gli obblighi del professionista rientra quello di redigere un progetto conforma, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il proseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all'esecuzione dell'opera, essendo questa qualità del progetto una delle connotazioni essenziali che un tale contratto di opera professionale; onde gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici prevista alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità per il progettista nei confronti del committente per il danno da questi subito in conseguenza della mancata o comunque ritardata realizzazione dell'opera".

  Infine, una costante ed uniforme giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenze 2545/1971; 3541/1976; 3051/1980) consente di definire e differenziare la veste del direttore dei lavori per conto del committente, in relazione alle diverse funzioni e alle connesse diverse responsabilità : la Suprema Corte ha sempre ritenuto che nel vigente ordinamento la figura del direttore dei lavori per conto del committente è diversa da quella del direttore dei lavori per conto dell' appaltatore.
  Ciò importa che, mentre quest' ultimo è il collaboratore professionale dell'imprenditore ed ha il dovere di organizzare dal punto di vista tecnico l' attività necessaria all'esecuzione dell' opera; invece, il direttore dei lavori per conto del committente ha il mero compito di controllare che l'opera, nei vari stati di avanzamento, sia corrispondente al progetto ad alle pattuizioni contrattuali.
  Da tanto discende che il direttore dei lavori per conto del committente opera esclusivamente nell' interesse di una parte contrattuale e, come tale, è responsabile soltanto verso di essa quando non adempie l' obbligazione assunta ( ai sensi dell' art. 2236 c.c. "Responsabilità del prestatore d' opera").
  Il direttore dei lavori per conto del' appaltatore, dal canto suo, ha l'obbligo di prestare un'attività organizzativa generale, in cui è compreso il dovere di vigilare e  regolare la corretta esecuzione dell' opera, per garantire la sicurezza e l' incolumità degli addetti ai lavori e degli estranei, cui possono comunque discendere effetti pregiudizievoli a causa dello svolgimento delle opere.
  Per quanto riguarda la responsabilità, va detto che il direttore dei lavori per conto del committente e il direttore dei lavori per conto dell'appaltatore non hanno la responsabilità per danni derivati a terzi dall'esecuzione dell'opera, atteso che essa ricade di norma sull' appaltatore e sul direttore dei lavori; solo eccezionalmente eccezionalmente possono essere ritenuti responsabili, allorchè abbiano concorso in via mediata o diretta a produrre il danno con un fatto imputabile all'appaltatore e al direttore dei lavori.
  Così, se il direttore dei lavori per conto del committente esercita solo i compiti che gli sono propri, non può essere ritenuto corresponsabile con l' appaltatore per i danni derivanti dall'esecuzione dei lavori diretti a compimento dell'opera.

  In data 10 luglio 2002 il Consiglio di Stato ha emesso un'importante decisione (sentenza n.3842) sui reati che incidono sulla moralità professionale di un direttore tecnico di un'impresa edile.
  Tale decisione ratifica quanto già deciso dal Tar per l' Emilia Romagna, che con la sentenza numero 349 del 2001 aveva legittimato (ai sensi dell'art.17 del DPR n.34/2000, lett. c) [cioè, inesistenza di sentenze definitive di condanna passate in giudicato ovvero di sentenze di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'art.444 c.p. a carico del titolare, del legale rappresentante, dell'amministratore o del direttore tecnico per reati che incidono sulla moralità professionale] e lett. h (rectius lett. l ndr) [ovvero, inesistenza di violazioni gravi, definitivamente accertate, attinenti l'osservanza delle norme poste a tutela della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro] l'esclusione di una ditta dalle procedure di gara in quanto da un controllo svolto sul certificato del casellario giudiziale relativo al direttore tecnico, era risultata una sentenza emessa a seguito di patteggiamento ex art.444 c.p.p., su un'imputazione di lesioni personali gravi cagionate ad un lavoratore dipendente in violazione di norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro (artt.81, 590 1° e 3° comma c.p.; artt.4,12, 77 lett.a).


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