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Responsabilità deriva dal latino “respondeo”, cioè “rispondo”, e “responsabile” è colui che risponde delle conseguenze derivanti da un evento o da un proprio comportamento. La responsabilità implica anche la risposta dell’ordinamento alla violazione di una norma civile o penale, così che la responsabilità “civile” sussiste allorché vi sia stata la violazione di una norma civile e comporta il risarcimento del danno; mentre, la responsabilità “penale” è conseguente alla violazione di una norma penale ed importa l’applicazione di una sanzione penale. Per “responsabilità civile” si intende, dunque, il fenomeno giuridico che obbliga colui che ha commesso il fatto lesivo a risarcire il danno e ci si riferisce tanto alla responsabilità contrattuale, quanto a quella extracontrattuale. La prima norma di riferimento, che, parlando di responsabilità civile, pone un principio generale, è l’art. 2043 del codice civile, che testualmente recita : “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.” La VI Sezione penale della Cassazione nella sentenza n. 8133 del 12 luglio 2000 ha ribadito che, perché il fatto illecito sia fonte di obbligazione ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ., occorre che il danno sia ingiusto, cioè derivi dalla lesione di un interesse tutelato da una norma giuridica che abbia attribuito a tale interesse natura di diritto soggettivo; occorre, poi, che il danno sia conseguenza immediata e diretta del fatto illecito. E “molto interessante risulta essere la sentenza della Cassazione Civile del 19 gennaio 1977 n. 261, che sebbene datata, riporta una massima importante : “La responsabilità contrattuale e quella extracontrattuale possono concorre allorché un unico comportamento risalente al medesimo autore, e quindi un evento dannoso unico nella sua genesi soggettiva, appaia di per sé lesivo non solo di specifici diritti derivanti al contraente dalle clausole contrattuali, ma anche dei diritti assoluti che alla persona offesa spettano di non subire pregiudizi all’onore, alla propria incolumità personale e alla proprietà di cui è titolare”.” (SONIA LAZZINI) Ma “l' art. 2043 non governa ogni ipotesi di responsabilità aquiliana: bisogna far capo, anzitutto, agli artt. 2047 - 2054, che prevedono forme di responsabilità oggettiva o ipotesi in cui a meccanismi presuntivi (o di inversione dell' onere della prova) si accompagnano criteri di imputazione della responsabilità che sembrano non coincidere con la colpa, o comunque sono interpretati ed applicati dalla giurisprudenza in senso diverso dal difetto dell' ordinaria diligenza.”( VANENTI, Brevi note sull’art.2043 cod.civ., www.melius.it/art2043cc.htm) Il codice civile prevede, infatti, varie figure speciali di responsabilità, in cui il responsabile risponde anche in assenza di colpa (responsabilità oggettiva): la colpa è, infatti, il cardine di tutto il sistema del fatto illecito, anche se alcuni recenti orientamenti dottrinali (FRANCESCHETTI, Responsabilità civile, Edizioni Giuridiche Simone, Esse Libri Spa, Napoli, 2001, 15 ss.) propendono per sminuire del tutto il ruolo della colpa, lasciando spazio a teorie più nuove, quale quella del “rischio creato”, della “capacità economica dei soggetti”, del “rischio di impresa”, della “molteplicità dei criteri di imputazione” (ID., ibidem, passim) La colpa lieve e la colpa grave rilevano in riferimento all'applicabilità dell'art. 2236 cod. civ. alla responsabilità professionale, soprattutto del medico. L'area della responsabilità per colpa lieve risulta ormai molto estesa, giacché la tendenza restrittiva, manifestatasi nei confronti dell'area di applicazione dell'art. 2236 cod. civ., è andata sempre più acuendosi, prima escludendone l'applicabilità ai casi d'imprudenza e incuria, poi con l'estendersi del patrimonio di conoscenze richieste al professionista medio. In tale ottica, ad esempio, la responsabilità professionale del medico si configura anche per colpa lieve, in applicazione dell'art. 1176, II c. cod. civ., allorchè il professionista medesimo non abbia posto in essere una prestazione “diligente” per fronteggiare un caso ordinario, trovatosi a prestare la propria opera non per risolvere problemi tecnici di speciale difficoltà, ma in presenza di casi ordinari, che il professionista medio può ben affrontare e risolvere. Come meglio vedremo in seguito, la responsabilità del professionista sarà limitata alla colpa grave solo qualora il medesimo abbia dovuto affrontare problemi tecnici di speciale difficoltà e per imperizia (non per incuria o imprudenza) abbia cagionato il danno. A titolo esemplificativo si può ritenere sussistente la colpa grave in capo ai sanitari, medici dipendenti di un ente ospedaliero, in quanto, nell'attività di assistenza al parto, hanno scelto alcune metodologie, pur in presenza di dati obiettivi che ne imponevano l'esclusione; e ancora quando il medico curante, fattosi sostituire per un certo periodo da un altro medico, non abbia informato il sostituto di una grave ed accertata intolleranza ad un determinato farmaco da parte di un paziente, né gli abbia messo a disposizione uno schedario degli assistiti; oppure, quando l'odontoiatra abbia praticato un intervento chirurgico in sito diverso da quello su cui si sarebbe dovuto svolgere, non considerando un preesistente stato di invalidità del paziente e in presenza di problemi tecnici di speciale difficoltà. Perché possa parlarsi di responsabilità professionale del professionista è, inoltre, necessario che vi sia una linea di contatto, precisa e inequivocabile, tra il comportamento ritenuto censurabile e il danno lamentato: il nesso causale. Si definisce nesso causale quel rapporto di causa ed effetto che deve esistere tra il fatto e il danno affinché quest’ultimo possa ritenersi cagionato dal primo; rapporto non inteso in senso naturalistico. Non basta, infatti, provare che il comportamento del professionista sia una delle tante cause che ha concorso a determinare l’evento dannoso; essendo, invece, necessario dimostrare che i danni causati al cliente, alla stregua delle regole di comune esperienza nel settore, siano la conseguenza prevedibile ed evitabile del fatto commesso. Va anche sottolineato, però, come il comportamento doloso o colposo del professionista possa determinare anche la lesione di un bene che la legge protegge indipendentemente dalla sussistenza di un vincolo negoziale, determinando il cosiddetto fatto illecito, che è fonte di obbligazioni. Al riguardo si suole parlare, come vedremo successivamente, di responsabilità extracontrattuale (o civile), che consegue alla violazione di un diritto primario assoluto dell’individuo. I due tipi di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, non si escludono fra loro, ma concorrono nell’ipotesi in cui il medesimo fatto risalente al medesimo autore (unicità soggettiva) racchiuda in sé, da un lato l’inadempimento di obblighi nascenti dal contratto, e dall’altro la lesione dei diritti della persona offesa. Parlando di standard medio di riferimento, che dovrebbe costituire la discriminante tra la prestazione diligente e quella al contrario indiligente del professionista in genere, va precisato che, nel caso del sanitario, ci si deve riferire a tale standard per comparare la sua prestazione a quella che avrebbe dovuto porre in essere, secondo quanto prescrivono le pratiche comunemente espresse dal professionista medio, appartenente alla categoria di riferimento che interessa. Restando in campo medico, vi sono alcuni principi, soprattutto deontologici, imprescindibili, indipendentemente dal tipo specifico di attività dalla specialità o dal campo d'applicazione, visto che proprio l'altissima specializzazione della scienza medica, richiede l’osservanza di “comportamenti di riferimento” peculiari, in base ai quali è necessario confrontarsi al momento della valutazione della prestazione dispiegata : da qui discendono il conflitto e la polemica tra medici legali e specialisti, cui spetta esprimere pareri tecnici sull'operato di altri colleghi, poichè la valutazione tecnica, condotta ex post, risulta sempre ardua, non potendo essa tenere conto di una serie di variabili ambientali, emotive, contingenti. Nel quadro della responsabilità civile, tracciato dall’art.2043 c.c., si va a collocare, oltre che l’atto (umano) illecito, anche il fatto illecito, cioè quel fatto che viola una norma giuridica, una regola di condotta, che impone di non danneggiare gli altri, di non cagionare loro un danno ingiusto : infatti, “elementi costitutivi dell' art. 2043 sono: a) un fatto umano (commissivo od omissivo); b) un danno ingiusto; c) il nesso di causalità tra il fatto ed il danno; d) il dolo o la colpa del danneggiante (e la sua imputabilità, v. art. 2046).” (VANENTI, Brevi note sull’art.2043 cod. civ., www.melius.it/art2043cc.htm) “La nozione di danno ingiusto non ha nulla a che fare con la morale o la coscienza sociale” (ID., loc.ult.cit., passim), in quanto la contrarietà non deve essere riferita ai soli diritti soggettivi, ma anche ad interessi giuridicamente rilevanti. Nel disegno di legge di delega al Governo (adottato dal Consiglio dei Ministri n.35 del 10 novembre 2000 su proposta del Presidente del Consiglio, Amato, e del Ministro della Giustizia, Fassino) sul riordino delle professioni intellettuali appariva prioritaria la previsione dell’obbligo di assicurarsi per la responsabilità civile sia per il singolo professionista che per le società professionali. La responsabilità del singolo professionista era, in quel provvedimento, ritenuta diretta e personale, dando rilievo alla sua condotta soggettiva, sia per le inadempienze contrattuali sia, nel caso in cui, con il suo comportamento attinente ovviamente alla prestazione stessa, il professionista avesse cagionato un danno ingiusto, e soprattutto si imponeva l’individuazione certa del professionista autore della prestazione. I principi ispiratori del citato disegno di legge erano correlati con la normativa civilistica, relativa alle obbligazioni contrattuali e da fatto illecito, e con le leggi relative alle diverse responsabilità in ambito di rapporto di pubblico impiego, e particolarmente, con la legge 241/90 in tema di “Nuove norme sul procedimento amministrativo”, vista la volontà espressa di tutela degli interessi pubblici (accanto a quelli del cliente), sottostanti all’esercizio delle professioni intellettuali. Come diremo più oltre, la responsabilità del professionista è attenuata allorché l’esecuzione dell’attività professionale richiestagli implichi, in relazione al caso concreto la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, giusta quanto contenuto nell’articolo 2236 cod. civ.. Difficoltà da intendersi nel senso che l’impegno intellettuale richiesto dal caso deve essere superiore a quello professionale medio con conseguente presupposizione di preparazione e dispendio di attività anch’esse superiori alla media : in tale caso, appunto, il professionista risponde verso il cliente, per danni a questi cagionati, soltanto quando nello svolgimento della sua attività si riscontrino dolo o colpa grave, con esclusione, quindi della colpa lieve. La responsabilità civile del professionista è personale, con la conseguente necessità di analizzare i comportamenti singoli e di attribuire immediatamente l’imputabilità; ma non anche, come avviene nel caso di responsabilità penale, la non assicurabilità delle conseguenze dell’inadempimento contrattuale o del fatto illecito. “Il legislatore ha voluto garantire al singolo professionista, con tale “privilegio giuridico”, un maggior margine di discrezionalità creativa, al fine di non scoraggiare quelle attività, particolarmente delicate, che sono importanti per lo sviluppo della stessa nostra società (si pensi all’attività del medico) , quasi però volendo addossare al cliente una parte del tipico “rischio d’impresa”.” (SONIA LAZZINI, loc.ult.cit, passim) E’ lo stesso codice civile che fornisce i parametri per la corretta comprensione delle caratteristiche proprie della garanzia di responsabilità civile : il primo comma dell’art.1917 c.c., sancisce, infatti, che : “Nell'assicurazione della responsabilità civile l'assicuratore è obbligato a tenere indenne l'assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo dell'assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto. Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi.” Per i notai, avvocati, commercialisti, ragionieri, periti commerciali, amministratori di stabili e consulenti giuridico tributari in genere, il rischio di causare danni fisici – esercitando la propria attività professionale – è praticamente inesistente; così che, un’eventuale assicurazione sulla responsabilità civile dovrebbe coprire le perdite patrimoniali involontariamente cagionate al cliente e ai terzi, in conseguenza di un fatto accidentale (atto, omissione o sinistro), che si sia verificato in relazione all’esercizio dell’attività (descritta in polizza), svolta a norma di legge, da soggetti iscritti nel relativo Albo Professionale. Mentre, per i tecnici – come ingegneri, architetti e geometri – le coperture assicurative dovrebbero tenere conto delle diverse cariche, che questi professionisti possono ricoprire : progettista, che è considerato il singolo professionista regolarmente abilitato, il quale (individualmente o assieme ad altri professionisti) predispone un progetto relativo a costruzioni rurali, industriali o civili; direttore dei lavori, che, su incarico e nell’interesse del committente, segue e sorveglia l’esecuzione dei lavori, che la ditta appaltatrice realizzerà; collaudatore, cioè il singolo professionista che, per incarico e nell’interesse del committente, esegue il collaudo statico e/o tecnico amministrativo dell’opera; coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la progettazione dell’opera, ovvero il professionista incaricato, dal committente o dal responsabile dei lavori, dell'esecuzione dei compiti di cui all'articolo 4 del Decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494 e s.m. e i.; coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la realizzazione dell’opera, ossia il professionista che esegue, su incarico del committente o del responsabile dei lavori, i compiti di cui all’articolo 5 del Decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494 e s.m. e i.. Vedremo poi ciò che Legge Merloni e il relativo regolamento di attuazione, D.P.R.554/99, hanno imposto a tutti i suddetti soggetti in tema di assicurazione di responsabilità civile, obbligatoria e non. Con riferimento ai professionisti che esercitano una attività sanitaria, come infermieri, ostetriche, medici generici, medici specialisti, dentisti, radiologi chirurghi estetici, anestesisti, veterinari, la responsabilità civile (e la conseguente assicurazione) deve tenere conto che il comportamento di queste persone può cagionare danni fisici ma anche perdite patrimoniali.
La nozione di Responsabilità civile
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